Non c’è più domani. La giustizia climatica, oggi

Riprendono gli appuntamenti del ciclo Odissea Terra promosso da Fondazione Pesenti e Fondazione Corriere della Sera, con il supporto di Italmobiliare.

Consapevoli che il nostro incontro si svolge in un contesto geopolitico complesso, caratterizzato da conflitti e da crescenti violazioni dei diritti umani, riteniamo essenziale non trascurare una riflessione profonda sulle crisi che il mondo sta affrontando, ricordando soprattutto che sostenibilità e diritti sono intrecciati in modo indissolubile, in quanto toccano le fondamenta della giustizia, della pace e della possibilità stessa di futuro. In questo terzo incontro, convegno «Non c’è più domani. La giustizia climatica, oggi», vogliamo mettere in evidenza come la sostenibilità sia uno dei principi fondamentali della Costituzione italiana e, quindi, una responsabilità che riguarda tutti noi. La recente modifica dell’articolo 9, che ha introdotto la protezione di “ambiente, biodiversità ed ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, rappresenta un momento storico. È un riconoscimento che collega in modo stretto sostenibilità, diritti e le conseguenze tangibili per la società in cui viviamo. 

Guidati da Massimo Sideri, editorialista del Corriere, tre voci diverse ma complementari hanno dialogato sul senso profondo della sostenibilità: Alessandro D’Avenia, scrittore, dottore di ricerca in Lettere classiche, insegna Lettere al liceo, Marta Cartabia, professoressa di Diritto Costituzionale italiano ed europeo all’Università Bocconi, già Presidente della Corte Costituzionale e Ministra della Giustizia e Mario Calderini, professore di Management for Sustainability and Impact al Politecnico di Milano

Alessandro D’Avenia ha riletto l’Odissea come un viaggio di responsabilità. Ulisse, eroe che rifiuta l’illusione dell’eternità per tornare a casa e abbracciare le proprie fragilità, diventa simbolo di un’umanità chiamata oggi a scegliere. “È la consapevolezza di essere mortali che ci rende vivi” – ha ricordato lo scrittore, e proprio questa coscienza del limite è ciò che restituisce valore a ogni gesto umano.

La sostenibilità, ha spiegato, non è un semplice insieme di pratiche o strategie tecniche: è prima di tutto un atto di senso, un modo di stare al mondo. “Non possiamo più vivere come se fossimo isole autosufficienti. La salvezza, come Ulisse ci insegna, si trova solo nel legame con l’altro, nella capacità di tornare, di prendersi cura, di costruire comunità”.

D’Avenia ha sottolineato come il viaggio dell’eroe omerico sia la metafora di un cammino collettivo: un percorso fatto di errori, tentazioni e ostacoli, ma anche di scelte radicali che chiedono coraggio e responsabilità. “Ogni volta che rinunciamo all’egoismo immediato per pensare alle conseguenze delle nostre azioni sul domani, compiamo il nostro piccolo ritorno a Itaca”, ha detto, ricordando che la vera eredità da lasciare alle generazioni future non è soltanto un pianeta integro, ma un orizzonte di senso condiviso.

A portare lo sguardo sul piano istituzionale è stata Marta Cartabia, che ha sottolineato come l’ingresso della tutela dell’ambiente e delle future generazioni tra i principi fondamentali della Costituzione rappresenti un passaggio epocale: “Non è più solo una sensibilità sociale, ma un diritto giustiziabile”.

Un progresso che apre la strada a nuove forme di cittadinanza attiva e responsabilità collettiva. “La Repubblica non è soltanto lo Stato – ha ricordato Cartabia – ma siamo tutti noi, chiamati a condividere il peso e il dovere delle scelte“. La sostenibilità, in questa prospettiva, non si traduce in un obbligo astratto, ma in un impegno concreto che riguarda ogni livello della società: le istituzioni, le imprese, i singoli cittadini. Sottolineando che, quando si scrivono le leggi, c’è già un vissuto normativo dentro la vita sociale. Paolo Grossi, maestro di storia del diritto, parlava della invenzione del diritto, dove “invenzione” è invenire, cioè “trovare ciò che già esiste”, e non ridursi a una creazione artificiale.  

Quindi, il diritto in grado di cambiare qualcosa in profondità esiste già nella vita sociale, altrimenti è solo una gabbia normativa imposta dall’esterno.

Cartabia ha, inoltre, evidenziato come le recenti esperienze di climate litigation mostrino la vitalità del nuovo principio costituzionale: “I giovani che ricorrono ai tribunali per chiedere la tutela del loro futuro non sono un’anomalia, ma il segno che la democrazia si sta adattando alle sfide del nostro tempo“.

Rivolgendosi al pubblico, ha infine richiamato la necessità di un impegno diffuso: “Nessuna norma, da sola, è sufficiente. È la cultura civile che trasforma i principi in comportamenti quotidiani. La vera forza della Costituzione è la sua capacità di diventare vita vissuta“.

I dati portati da Mario Calderini hanno dato concretezza all’urgenza del tema. Il senso dei numeri su cui dobbiamo riflettere è che, se da un lato il cambiamento climatico pesa soprattutto sui più fragili, ossia poveri, anziani o popolazioni meno istruite, dall’altro proprio coloro che sono più danneggiati dal cambiamento climatico sono coloro che in questo momento sono più avversi a tutte le azioni che stiamo facendo di contrasto.

E a sostegno di questa teoria abbiamo dei numeri. Il professor Calderini ha sostenuto che “Se nascete in un luogo povero, avete 15 volte più possibilità di morire di uno che nasce in un luogo ricco”. “Poco educati, anziani e fragili hanno molte più possibilità di essere tra quei 100 milioni di persone che soffriranno di malnutrizione da qui al 2030. Saranno i deboli, i fragili, gli esclusi a soffrire.”  O ancora: “I 250.000 morti per catastrofi legate al cambiamento climatico da qui al 2030 saranno i più fragili, malati, i più poveri e i meno educati”, “Se vivete in una zona rurale, non siete tanto educati, avete un basso reddito, è molto probabile che siate tra quei miliardi di migranti che si muoveranno nei prossimi 30 anni.”

Calderini ha messo in guardia da un approccio alla sostenibilità che rischia di produrre nuove disuguaglianze: «Non possiamo chiedere ai cittadini di scegliere tra il pane e l’ambiente. Se la transizione verde diventa un privilegio dei ricchi, sarà inevitabilmente respinta». Per questo, ha concluso il suo intervento insistendo sulla necessità di politiche capaci di distribuire equamente costi e benefici: «Ogni volta che una misura ambientale genera esclusione o marginalità sociale, si allontana dal suo stesso obiettivo».

Il convegno si è chiuso con un filo conduttore forte e condiviso: la sostenibilità non è soltanto un tema tecnico o ambientale, ma una questione culturale e democratica, che interpella la vita di ciascuno.

«Le scelte vanno fatte adesso» ha sottolineato Sideri, richiamando il pubblico all’urgenza del presente. Perché la vera posta in gioco non è soltanto il pianeta, ma la qualità della convivenza e il senso stesso della giustizia tra generazioni.