Un convegno per riaccendere un faro sulla sostenibilità tra parole, scienza e impatto sociale
Cosa vuol dire oggi “sostenibilità”? È ancora un valore condiviso o è diventata una parola astratta e incapace di orientare davvero le scelte collettive? A queste e molte altre domande si è cercato di rispondere durante il secondo appuntamento di Odissea Terra, “Naufraghi o naviganti. Il sapere come rotta del cambiamento“, promosso da Fondazione Pesenti e Fondazione Corriere della Sera, con il sostegno di Italmobiliare.
L’evento, ospitato presso gres art 671 a Bergamo, ha visto il confronto tra voci autorevoli: Maria Chiara Carrozza, fino a pochi giorni fa Presidente del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e già Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Alessandro D’Avenia, scrittore, dottore di ricerca in Lettere classiche, insegna Lettere al liceo, e Mario Calderini, professore di Management for Sustainability and Impact al Politecnico di Milano, coordinati da Massimo Sideri, editorialista del Corriere della Sera.
La rotta smarrita della sostenibilità
Il cuore dell’incontro è stato il riconoscimento che la parola “sostenibilità” rischia oggi di perdere forza e significato. “La ricerca online del termine Tesla supera quella di sostenibilità – ha esordito Massimo Sideri – ma un prodotto non è un valore. Stiamo assistendo a una trasformazione preoccupante: da idea fondante a slogan di marketing”.
L’urgenza, dunque, è reale. La sostenibilità non riguarda solo l’ambiente: riguarda la sopravvivenza dell’umanità, Sideri ha infatti ricordato che “Il problema non è la Terra ma noi. La Terra andrà avanti, siamo noi che rischiamo l’estinzione se non cambiamo rotta”.
Le parole ci salvano (o ci affondano)
Alessandro D’Avenia ha stregato il pubblico intrecciando riflessione linguistica, cultura classica e filosofia del limite. “Oggi soffriamo di una peste del linguaggio – ha affermato facendo riferimento a Italo Calvino – le parole si fanno astratte, non creano più senso. Sostenibilità non genera un effetto di essere, a differenza di Ti amo o di un nome come Tesla”.
La parola “sostenere” – ha spiegato D’Avenia- racconta un gesto concreto:
“Viene da sub-tenere, tenere da sotto. Pensiamo al sostegno di una squadra, a un insegnante di sostegno, al sostentamento: tutte azioni concrete, di cura e supporto”.
Il suo intervento proemiale ha quindi riportato al centro l’educazione come fondamento della sostenibilità. “Serve una paideia del cosmo (in greco antico: παιδεία, paidéia, che significa formazione o educazione) – ha detto – un’educazione a sentire il corpo dell’altro e del pianeta come parte di sé. L’individualismo ha desertificato le nostre relazioni. Ma l’uomo è Homo Sapiens perché torna a casa: Itaca è il luogo delle relazioni che ci restituiscono identità”.
Rifacendosi all’Odissea, D’Avenia ha indicato tre tappe esistenziali che si dovrebbero riflettere nelle nostre vite quotidiane: liberarsi da guerre non nostre, come Ulisse lascia Troia; rinunciare all’immortalità, come quando rifiuta Calipso; e infine ritrovare i legami autentici. “Solo così si naviga, altrimenti si naufraga”, ha detto concludendo D’Avenia.
La scienza è una e indivisibile. La sostenibilità deve diventare cultura
Maria Chiara Carrozza ha spronato la discussione centrando il tema del rigore della scienza e alla responsabilità istituzionale, enfatizzando l’importanza dell'”unità della scienza“, un concetto neo-rivoluzionario che permette di vedere i fenomeni nella loro interezza e da diverse prospettive disciplinari. “La sostenibilità ha molte facce – ha detto – è sociale, biologica, energetica, dei materiali. Per affrontarla, dobbiamo superare la frammentazione dei saperi. La vera rivoluzione della scienza oggi è la sua unità”.
L’ex ministra dell’Università, dell’Istruzione e della Ricerca, concludendo, ha quindi lanciato un messaggio forte: “La sostenibilità deve diventare una cultura quotidiana, fatta di domande semplici ma radicali: che effetto ha quello che sto facendo? È tempo di passare da un sistema lineare a uno circolare. Il mondo deve tornare tondo”.
La sostenibilità che esclude è insostenibile
Mario Calderini ha affrontato il tema della sostenibilità da un punto di vista numerico ed economico, denunciando che “la mancata protezione della biodiversità potrebbe causare, sulla base di autorevoli ricerche, una perdita del “50% del PIL mondiale” entro il 2050”.
Con il suo intervento ha messo anche in luce l’accelerazione scientifica e l’impatto dell’intelligenza artificiale, sollevando interrogativi sulla sostenibilità dell’uso di questi strumenti, in termini di energia e finalità. Ma particolare attenzione è stata dedicata alla biodiversità, che oggi “è un parametro costituzionale”, ha ricordato, facendo riferimento all’articolo 9 della Costituzione italiana. “Se perdiamo biodiversità – ha proseguito Carrozza – perdiamo il nostro patrimonio per le generazioni future. I laghi, il Mediterraneo, sono testimoni visibili di un declino che ci riguarda tutti”.
La perdita di specie, un indicatore chiave dell’insostenibilità e del cambiamento climatico, ci spinge verso una “Nature Restoration Law” e una nuova rivoluzione industriale: passare da un sistema lineare (estrai, trasforma, butta) a un sistema circolare dove i materiali si riutilizzano.
Calderini ha posto principalmente l’attenzione sulla dimensione sociale della transizione verde, spesso trascurata: “Il paradosso è che chi oggi rifiuta la sostenibilità, sono proprio i più deboli, i più anziani, i più poveri, i meno istruiti. Eppure, sono anche quelli che più ne subiscono e ne subiranno gli effetti”. Le ragioni del rifiuto, ha spiegato, sono legittime: costi energetici elevati, perdita di posti di lavoro nelle industrie tradizionali e oneri economici per le riconfigurazioni energetiche, ad esempio, delle abitazioni.
Il professore ha quindi evidenziato un riflusso anti-sostenibilità, alimentato da politiche sbilanciate, scarsa attenzione alla transizione sociale e una narrazione spesso colpevolizzante. “Abbiamo regolato il ‘verde’, ma ignorato il ‘sociale’. La tassonomia ambientale è realtà, quella sociale è ancora in alto mare”.
Questo reflusso ha tuttavia un merito, ha osservato con ironia Calderini, comincia a far sparire dal palcoscenico della sostenibilità tutti coloro i quali hanno cavalcato l’onda per opportunismo.
L’alternativa? Si chiede il professore del Politecnico. Una sostenibilità trasformativa, che integri l’innovazione con la giustizia sociale. “Serve innovazione con impatto, capace di conciliare trasformazione ecologica, mercato e solidarietà. Il termine “sostenibilità” non basta più, la sostenibilità deve essere trasformativa, ossia che integra il sociale”.
Il sapere è il timone, il limite la rotta
Il convegno si è chiuso con un messaggio corale, forte e urgente: la sostenibilità non è un’opzione ma è la condizione della nostra esistenza futura. Ma per esserlo davvero, deve uscire dall’astrazione, radicarsi nella cultura, nell’educazione, nella scienza e nella giustizia sociale.
Serve una nuova generazione di “timonieri”, capaci di leggere il mondo e di non naufragare. Serve ritrovare il senso del limite, come luogo in cui l’uomo fa esperienza. Serve smettere di consumare il giardino che ci è stato affidato. Come ha detto D’Avenia: “Se esaurisci il cosmo, esaurisci te stesso. E infatti oggi siamo tutti un po’ esauriti. È insostenibile la vita che facciamo”.
Il convegno ha allora fornito spunti cruciali per riflettere su come riappropriarsi del vero significato della sostenibilità, rendendola un valore concreto e condiviso, e trasformandola da concetto astratto in una rotta che ci guidi come “naviganti” anziché “naufraghi”.
Il prossimo appuntamento si terrà a Milano il 30 settembre 2025.