Vestire il futuro. Ripensare la moda, scegliere la sostenibilità

Si è tenuto in Sala Buzzati a Milano il terzo appuntamento della seconda edizione di Odissea Terra, il percorso promosso da Fondazione Pesenti e Fondazione Corriere della Sera, dedicato quest’anno ai Visionari. Protagonista dell’incontro, “Vestire il futuro. Ripensare la moda, scegliere la sostenibilità”, un confronto sul sistema della moda e sulla necessità di ripensarne modelli di produzione e consumo.

Ad aprire, come nei precedenti appuntamenti, è stato Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, che ha ricondotto il tema della moda a una riflessione sul senso del limite, elemento centrale anche nel viaggio di Ulisse. Partendo dalla figura dell’“uomo multiforme” dell’Odissea, D’Avenia ha sottolineato l’importanza di osservare il mondo con consapevolezza per orientare le proprie scelte. In un contesto segnato da consumi sempre più rapidi e dalla continua sollecitazione digitale, ha evidenziato il valore del rapporto con i luoghi e con gli altri come condizione per un’esistenza sostenibile.

A partire da questa riflessione, Matteo Ward, CEO di Inside Out Fashion, Textiles & Home e CEO e co-fondatore di WRÅD, e Giovanna D’Adda, professoressa ordinaria all’Università degli Studi di Milano, hanno affrontato il tema da due prospettive complementari: quella dell’esperienza diretta del sistema moda e quella dell’economia comportamentale e della sostenibilità ambientale. Il confronto è stato coordinato da Valentina Iorio, del Corriere della Sera.

Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante

Valentina Iorio, Corriere della Sera.

Un sistema costruito oltre il limite

Il punto di partenza è la dimensione del fenomeno: ogni anno vengono prodotti oltre 100 miliardi di capi di abbigliamento e relativi scarti, in un sistema nel quale la velocità di produzione e consumo ha progressivamente superato il bisogno reale. Ward ha raccontato come il crollo del Rana Plaza, avvenuto in Bangladesh nel 2013 e costato la vita a oltre mille persone, abbia rappresentato per lui un momento di presa di coscienza. Quell’esperienza lo ha portato a interrogarsi sulla responsabilità lungo la filiera e sui costi umani nascosti dietro i prodotti che arrivano sul mercato.

Un tema ripreso da D’Adda, che ha evidenziato come il prezzo di molti prodotti tessili non rifletta il loro costo complessivo. Un cittadino europeo acquista mediamente 19 kg di prodotti tessili all’anno, associati a circa 355 kg di CO₂ pro capite. I costi ambientali e sociali della produzione, però, rimangono spesso esterni al prezzo pagato dal consumatore e vengono trasferiti sull’ambiente, sulle comunità e sulle generazioni future.

Dove finiscono i nostri vestiti?

La riflessione si è poi spostata sul destino degli abiti che non vengono più utilizzati. Ward ha raccontato la situazione osservata ad Accra, in Ghana, dove arrivano ogni settimana milioni di capi di abbigliamento di scarto, dando vita a vere e proprie discariche tessili. Un fenomeno che mostra come il problema della moda non possa essere affrontato soltanto attraverso il riciclo o l’innovazione tecnologica. Occorre interrogarsi prima ancora sulla cultura del consumo che sostiene questo modello.

La digitalizzazione può contribuire alla tracciabilità delle filiere, alla gestione delle scorte e allo sviluppo di modelli circolari, ma può anche accelerare gli acquisti impulsivi attraverso promozioni, notifiche e meccanismi che riducono il tempo necessario per riflettere sulle proprie scelte. Anche l’usato e la circolarità, è stato sottolineato da Giovanna D’Adda, producono un beneficio reale quando sostituiscono nuovi acquisti e non quando si aggiungono ad essi.

Matteo Ward, CEO di Inside Out Fashion, Textiles & Home e CEO e co-fondatore di WRÅD 

Giovanna D’Adda, professoressa ordinaria all’Università degli Studi di Milano

Un altro tema centrale del confronto è stato il rapporto tra informazione e comportamento. Conoscere l’impatto ambientale di un prodotto non è sempre sufficiente per modificare le proprie abitudini: – continua D’Adda – perché l’informazione produca un cambiamento, è necessario anche rimuovere gli ostacoli pratici e intervenire sui meccanismi che guidano le decisioni. Per questo la sostenibilità della moda non può essere affidata esclusivamente alla responsabilità del singolo consumatore. Accanto alle scelte individuali sono necessarie trasformazioni del sistema produttivo, regole capaci di garantire maggiore trasparenza e condizioni che rendano le alternative sostenibili realmente accessibili.

Una moda capace di scegliere il futuro

Il confronto ha infine riportato al centro il rapporto tra moda, economia e società. La sostenibilità non può diventare un privilegio riservato a chi può permettersi prodotti più costosi, ma deve tradursi in un cambiamento capace di coinvolgere l’intera filiera, tutelando anche la competitività delle imprese e il lavoro. A dieci anni dal crollo del Rana Plaza, Ward ha ricordato la campagna #WhoMadeMyClothes come un esempio di come la domanda di trasparenza possa partire dal basso e contribuire a trasformare il settore, portando il tema della tracciabilità al centro del dibattito internazionale.

Un’altra tappa del viaggio di Odissea Terra, per continuare a interrogarsi sul futuro non soltanto attraverso ciò che possiamo inventare, ma anche attraverso ciò che scegliamo di non consumare, di non sprecare e di cui decidiamo di prenderci cura.