Rotte condivise. Lo spazio come palestra di sostenibilità

Il quarto appuntamento del ciclo di incontri Odissea Terra, intitolato “Rotte condivise. Lo spazio come palestra di sostenibilità”, promosso da Fondazione Pesenti Ets e Fondazione Corriere della Sera, ha esplorato il cosmo come metafora e campo di prova della sostenibilità.

L’evento, tenutosi a gres art 671, ha visto la partecipazione di Ersilia Vaudo, astrofisica e Special Advisor on Future Talents dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea), Alessandro D’Avenia, scrittore, dottore di ricerca in Lettere classiche e insegnante di Lettere al liceo, e Mario Calderini, professore di Management for Sustainability and Impact al Politecnico di Milano), coordinati da Massimo Sideri, editorialista del Corriere della Sera.

L’esplorazione spaziale, storicamente legata alla dimostrazione di superiorità tecnologica, si orienta oggi sempre di più verso la ricerca scientifica con l’obiettivo comprendere come applicare i principi appresi nello spazio alla sostenibilità terrestre.

Massimo Sideri ha introdotto il tema definendo lo spazio una “incredibile palestra di sostenibilità“. A causa della scarsità, o talvolta inesistenza, delle risorse, gli astronauti hanno dovuto imparare a utilizzarle nel miglior modo possibile.

Alessandro D’Avenia ha riportato la discussione al potere della parola e, in particolare, della nostalgia. Partendo dall’etimologia greca di nostos, ha spiegato che il verbo significa “salvare” nella forma attiva e “tornare” nella diatesi media, unendo i due significati in una sintesi che attraversa tutta l’Odissea: “nella misura in cui io salvo, io torno”. La nostalgia, quindi, non è un sentimento regressivo ma una forza creativa, la tonalità profonda della vita quando la si riconosce come un viaggio di ritorno verso ciò che la salva. Questo sentimento è dominante nell’Odissea e, soprattutto, necessario per la vita.

In questa prospettiva, D’Avenia ha ricordato che Ulisse che torna a Itaca nudo è un’immagine che suggerisce la necessità di spogliarsi dell’identità forgiata nella guerra, “un’ipotesi di vita da cui non c’è nulla da salvare”. Il ritorno è possibile, spiega, solo attraverso i legami autentici che lo riconoscono come parte di un corpo sociale, ossia attraverso la relazione: “tu non sei più nessuno se non nella relazione che ti riconosce come tale”. A riconoscerlo, infatti, non sono i segni dell’eroe, ma chi appartiene al suo mondo più intimo – il cane, la nutrice, il figlio, la moglie – testimoni di una continuità affettiva che resiste allo scorrere del tempo.

 

Per questo lo scrittore ha proposto la necessità di una “paideia del cosmo”, un’educazione capace di farci percepire che tutto è collegato per uscire dall’individualismo che ha desertificato le nostre relazioni. Il cosmo, a differenza dell’idea moderna di ambiente, non è uno sfondo ma una trama di relazioni in cui ogni gesto, cura o ferita, ricade sul nostro stesso corpo. Una paideia del cosmo, ha affermato, dovrebbe portare a “sentire a tal punto il reale attorno a noi e spogliarci di tutto quello che non ci consente più di entrare in contatto con esso, per cui se io accarezzo o ferisco il reale, è il mio corpo che accarezzo e ferisco“.

In conclusione, ha richiamato la figura di Penelope, la cui intelligenza Omero riconosce pari, se non superiore, a quella di Ulisse. Con l’arte della tessitura, Penelope “decide il ritmo del tempo”, qualità che D’Avenia identifica come tratto del genio femminile: una capacità di custodire il mondo aumentandolo, invece di consumarlo. Una lezione preziosa per immaginare un ritorno possibile, e una vita capace di salvarsi.

Ersilia Vaudo ha riportato il pubblico all’origine della coscienza ecologica, nata dalla prospettiva cosmica. Ha evocato la potenza delle immagini che hanno trasformato il nostro sguardo sul mondo: dalla celebre Earth Rise dell’Apollo 8, che ha ispirato la frase “Siamo venuti per scoprire la Luna, in realtà scopriamo la Terra”, alla sensazione di meraviglia e vulnerabilità provata davanti alla foto del Pale Blue Dot del Voyager 1, che ritrae nostro pianeta “sospeso in una notte eterna e separato da un sottile filo blu che è la nostra atmosfera… che è tutto ciò che ci separa da un vuoto soffocante”. Una consapevolezza amplificata dalle parole di Carl Sagan, che la descrivono come “l’unica casa che abbiamo mai avuto”.

In questo viaggio attraverso le prospettive cosmiche, l’astrofisica ha ricordato anche che, se oggi cerchiamo altrove tracce di vita, i luoghi più promettenti sono le lune d’acqua intorno a Saturno e Giove. “Sono dei veri e propri oceani racchiusi dentro gusci di ghiaccio,” ha spiegato, “con un cuore metallico, un’attività idrotermica”. Acqua liquida, calore, minerali: le stesse condizioni che sulla Terra, sul fondo degli oceani, hanno favorito la nascita della vita. Da questo sguardo su mondi oceanici lontani, Vaudo ha tracciato un legame con il senso di finitudine e con l’illusione dell’antropocentrismo: “noi siamo tutti polvere di stelle”. Il materiale che ci compone proviene dal cuore delle stelle; gli stessi nuclei di idrogeno sono stati forgiati nei primi tre minuti dopo il Big Bang.

 “Abbiamo l’universo dentro di noi e facciamo parte dell’universo, e la finitudine è parte di questo gioco”. Ha ricordato che verrà un giorno, lontanissimo, in cui il Sole si spegnerà, diventerà una gigante rossa e ingoierà Mercurio, Venere e la Terra; e un giorno in cui Andromeda si fonderà con la Via Lattea in un enorme abbraccio cosmico. Ma è proprio questa consapevolezza, sostiene, che dovrebbe generare in noi un senso profondo di libertà e soprattutto di responsabilità verso il dono della vita e del nostro pianeta. Ersilia Vaudo ha poi richiamato l’attenzione sul ritorno dell’uomo sulla Luna e sulla prospettiva di restarvi a lungo, sottolineando però come questo obiettivo stia già riproducendo divisioni politiche e geopolitiche: “si torna sulla Luna per restare, ma per restare divisi”. Da un lato Cina e Russia con i Paesi che hanno aderito ai loro programmi, dall’altro Europa, Giappone, Canada e Stati Uniti.

Una dinamica che contrasta con lo spirito del passato, quando la Stazione Spaziale Internazionale rappresentò “un vero esercizio di pace per provare a mettere insieme Europa, Russia, Stati Uniti, Giappone e Canada”. Oggi, invece, l’esplorazione lunare sembra procedere senza un progetto comune dell’umanità, riproponendo nello spazio le stesse fratture che viviamo sulla Terra.

Mario Calderini ha focalizzato la sua riflessione sui valori che l’umanità deve ridefinire prima di abitare altri mondi. Attraverso una metafora ha illustrato come la nostra società sia sbilanciata: “se tu domani mattina vai al mercato di Tokyo, tutti quanti sanno perfettamente dirti esattamente al centesimo quanto vale una balena morta. Ma qualcuno sa quanto vale una balena viva?“. È l’immagine di una distorsione che rivela quanto poco sappiamo prenderci cura del pianeta. Portare questa logica nello spazio, ha avvertito, rischia di replicare altrove gli stessi errori che hanno compromesso il benessere sulla Terra.

Calderini ha evidenziato una “dissonanza molto preoccupante” tra il sistema di valori originario dell’esplorazione spaziale –  quello pubblico, visionario e conoscitivo – e la sua attuale declinazione, sempre più legata a interessi economici. Da qui il sospetto del “rimozionismo”: la tentazione di guardare allo spazio per distogliere l’attenzione dai problemi terrestri, molti dei quali generati da logiche finanziarie che ora guidano anche la conquista di nuovi mondi, in quanto “ci occupiamo di andare a cercarci delle avventure nello spazio per rimuovere l’attenzione da una serie di problemi che invece abbiamo sulla Terra e che, magari, sono proprio causati da quel sistema di valori e da un sistema di capitalismo distorto che ha intenzione di far fruttare l’esplorazione spaziale”. Una riflessione che, secondo Calderini, impone di interrogarsi non solo su ciò che portiamo nello spazio, ma su ciò che lo spazio può restituirci in termini di consapevolezza.

Il professore ha inoltre invitato a considerare che, per affrontare ambienti ostili e poveri di risorse come la Luna, servono tecnologie frugali e compatibili con vincoli severi. Citando l’economista Dick Nelson, ha ricordato la domanda posta 50 anni fa: “Adesso che siamo andati sulla Luna, riusciamo a risolvere anche il problema del ghetto?”. Dove il ghetto era la metafora per i grandi problemi della società. Cinquant’anni dopo, la risposta resta negativa: le disuguaglianze non si sono ridotte, anzi sono aumentate. E mentre la tecnologia continua a progredire, il suo impatto sociale rimane disomogeneo, aggravando le vulnerabilità legate al cambiamento climatico.

Il paradosso più drammatico, ha concluso, è che proprio i più poveri, i meno istruiti e i più esposti ai rischi ambientali sono oggi i più contrari alle politiche di sostenibilità. Questo accade perché non siamo riusciti a mostrare il dividendo sociale né della transizione verde né dell’innovazione tecnologica. Per invertire la rotta serve ricostruire fiducia e soprattutto “riscoprire l’amore della complessità”, perché solo accettando la complessità dei problemi, e rifiutando soluzioni semplicistiche, potremo immaginare un futuro sostenibile sulla Terra e oltre la Terra.

Il ciclo Odissea Terra continuerà, con la speranza che la ” condivisione delle rotte” possa condurre a interpretare la sostenibilità uscendo dall’astrazione e cercando rotte che ci uniscano e che ci guidino come “naviganti” anziché “naufraghi”.